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Hildegard von Bingen

Hildegard von Bingen

"Oh, quanto è meravigliosa la prescienza del cuore divino,
che conobbe in anticipo tutte le creature.
Perché, quando Dio vide il volto dell'uomo,
cui aveva dato forma,
tutte le sue opere
integre le vide nella forma umana.
Oh, quanto è meraviglioso quel soffio, che così fece vivere l'uomo."


Il grande uovo cosmico

(dal Liber Scivias)

"Dopo queste cose vidi una grandissima visione rotonda e oscura fatta a somiglianza di un uovo, stretto nella parte superiore, largo nel mezzo e ristretto di nuovo sul fondo; all' esterno di essa, per tutta la sua circonferenza, c' era del fuoco splendente, che aveva sotto di sé qualcosa come una membrana oscura. All' interno di questo fuoco vi era un globo di fuoco scintillante, di tale grandezza che tutta la visione ne veniva illuminata; questo aveva sopra di sé tre piccole faci poste ordinatamente una sopra l' altra, che trattenevano con il loro fuoco il globo, affinché non s' inclinasse. Questo globo in certi momenti si levava in alto e una grande quantità di fuoco gli si faceva incontro, cosicché esso mandava più lontano le sue fiamme; talvolta si inclinava verso il basso, e un gran freddo gli veniva incontro, cosicché ritraeva velocemente da esso le sue fiamme. Da quel fuoco che circondava la visione usciva un vento con i suoi vortici, e dalla membrana che era sotto di lui ribolliva un altro vento coi suoi vortici, che si diffondevano qua e là in questa visione. All' interno di quella stessa membrana vi era un fuoco tenebroso, così orribile che non potevo guardarlo, che la scuoteva tutta con la sua forza, pieno di rumore, di tempeste e di pietre acutissime, grandi e piccole. Quando si levava il suo rumore, quel fuoco splendente e i venti e l' aria si agitavano, cosicché dei lampi precedevano il rumore: perché il fuoco per primo sentiva in sé l' agitazione provocata da quel rumore. Poi sotto quella membrana vi era un etere purissimo, che non aveva sotto di sé nessuna membrana, e all' interno di esso vedevo un globo di fuoco candido e molto grande, che aveva sopra di sé due piccole faci poste ordinatamente una sopra l' altra, che trattenevano il globo, affinché non eccedesse la misura del suo corso. E nello stesso etere erano state poste ovunque molte sfere luminose, in cui lo stesso globo talvolta faceva scorrere la sua luminosità svuotandosi alquanto; e poi, ritornando sotto il predetto globo di fuoco rosso e rinnovando da lui le proprie fiamme, di nuovo le inviava con un soffio verso le stesse sfere. Anche da questo etere si diffondeva un vento coi suoi vortici, che si espandeva in ogni parte della stessa visione. Al di sotto di questo etere vedevo un' aria acquosa, che aveva sotto di sé una membrana bianca, che spandendosi di qua e di là portava umidità in tutta quanta la visione. E questa umidità, aggregandosi tutta all' improvviso, produceva uno scroscio di pioggia con grande fragore; e diffondendosi lentamente, dava una pioggia leggera con moto lieve. Anche da qui un vento, che usciva coi suoi turbini, si diffondeva dovunque per la predetta visione. In mezzo a questi elementi vi era un globo sabbioso di grandi dimensioni, che gli altri elementi circondavano, in modo che non potesse inclinarsi né da una parte né dall' altra. Ma dal momento che talvolta quegli elementi si scuotevano a vicenda coi venti, di cui abbiamo parlato, facevano muovere alquanto con la loro forza quest' ultimo globo. E vidi fra settentrione e oriente qualcosa come un monte altissimo, pieno di tenebre verso nord e pieno di luce verso est, cosicché né la luce poteva toccare le tenebre, né le tenebre potevano toccare la luce. E udii una voce dal cielo che mi diceva: Attraverso le cose visibili e temporali si manifestano quelle che sono invisibili ed eterne"


Vita di Hildegard von Bingen

Hildegard von Bingen (1098-1179) è una delle scrittrici medievali più famose: filosofa, scienziata, poetessa e musicista, questa figlia della piccola nobiltà tedesca, cresciuta in un monastero benedettino della regione del Reno ha lasciato importanti opere che toccano tematiche teologiche e filosofiche, naturalistiche e mediche. Tre di esse, le più imponenti e, oggi, le più famose, sono scritte nello stile delle ‘rivelazioni’ profetiche: si tratta del Liber Scivias(scritto fra il 1147 e il 1151), del Liber vitae meritorum(1158-1163) e del Liber divinorum operum (1163-1174). L’opera naturalistica, tradizionalmente suddivisa in due libri, Physica (o Liber simplicis medicinae) e Liber causae et curae (o Liber compositae medicinae), è in realtà nominata da Hildegard nel prologo del Liber vitae meritorum con un unico titolo, Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum, ed è stata composta negli anni 1151-1158. A questo periodo risalgono anche gli altri scritti, fra i quali spiccano le liriche di contenuto religioso (Symphonia harmoniae revelationum caelestium). Hildegard componeva anche le musiche per i suoi poemi (esiste oggi una ricca discografia ildegardiana), e scrisse un lavoro teatrale, l’Ordo virtutum.
La Vita, che riporta anche alcuni passi autobiografici, racconta che fin da piccola Hildegard ebbe l’esperienza di involontarie ‘visioni’, accompagnate da dolorose infermità fisiche; solo dopo che la materna autorevolezza della maestra delle monache, Giuditta di Spanheim, la ebbe aiutata ad accettare tali esperienze queste vennero da lei riconosciute come sorgente trans-personale di una conoscenza profetica di cui essa si riconosceva portatrice per il bene dell’umanità. L’ossatura portante di questo sapere era costituita dalla storia biblica della salvezza e dalla lettura dei ‘segni dei tempi’, finalizzata ad una riforma della società cristiana del suo tempo.

Quando il carattere ‘profetico’ delle sue visioni venne riconosciuto dai due personaggi più eminenti della Chiesa del suo tempo, Bernardo da Chiaravalle e il papa Eugenio III, Hildegard aveva già superato i quarant’anni: ma è proprio da quel momento che ebbe inizio la sua impressionante attività di scrittrice, di consigliera, di organizzatrice della vita monastica, testimoniata, oltre che dalle opere, da un ampio epistolario. Si procurò un collaboratore, Volmaro, che sarebbe rimasto con lei per moltissimi anni, coadiuvandola nella scrittura delle sue opere. Staccatasi dal monastero di Disibodenberg con le monache di cui era divenuta maestra, dette vita - dietro l’impulso di una visione - alla fondazione di Rupertsberg, che resse come badessa. Le sue liriche, la musica, il teatro, così come alcuni scritti minori sono essenzialmente legate allo svolgersi dell’anno liturgico e agli usi della vita comunitaria, segnata anche da eventi dolorosi: il distacco di una giovane monaca, Riccarda von Stade, che Hildegard aveva particolarmente amato; l’interdetto che il suo monastero subì, per aver sepolto nel proprio cimitero un giovane nobile scomunicato. Episodi come questi rivelano l’intreccio fra vita monastica e politiche nobiliari, mostrando che all’epoca di Hildegard vivere in un monastero non equivaleva a ritirarsi dal mondo, ma significava occupare un ruolo sociale ben determinato, importante, accessibile anche a una donna, che poteva in esso ottenere cultura e potere.

Di questi Hildegard si servì per proporre una visione della natura in cui gli elementi salienti della cultura scientifica del suo tempo si accompagnano alla sua capacità di percepire e mettere in parole la forza della creazione operante negli esseri viventi. Nel complesso possiamo definire il suo pensiero cosmologico e naturalistico come una sintesi originale del sapere tradizionale e di una conoscenza intuitiva della realtà, animata dal senso della perfezione.


Le Visioni in Hildegard von Bingen

Il mondo di Hildegard è un cosmo vivente, come mostrano la raffigurazione di esso come uovo (sintesi vitale per eccellenza) e la centralità in esso della figura umana . Ma la vita che caratterizza tutta la realtà naturale non è altro che la manifestazione dell'opera dello Spirito creatore: è in quanto opera del Vivente che il mondo è animato a tutti i suoi livelli da esseri che ne producono le inarrestabili trasformazioni, in cui si riflette la dinamica trinitaria del principio trascendente. Le prime due miniature che illustrano il Liber divinorum operum visualizzano il processo della creazione, descritto nelle due visioni corrispondenti come l'apparire del mondo nel corpo dell'“immagine bella e mirabile, quasi in forma di creatura umana” che raffigura lo Spirito Santo. Il rosso del volto, del corpo e della veste dell'immagine, che indica le caratteristiche dello Spirito e della vita, è lo stesso rosso della sfera del fuoco chiaro e luminoso, la più esterna del cosmo (cioè il 'luogo' di contatto fra il mondo finito e il creatore infinito); il fuoco è, anzi, il corpo stesso della figura antropomorfa, dilatatosi per creare lo spazio del cosmo. Lo Spirito Santo si è fatto fuoco e calore, ovvero principio animatore della vita fisica del mondo e cioè, secondo la terminologia platonica che caratterizza le cosmologie del XII secolo, Anima Mundi. “Forza di fuoco suprema” si definisce l'immagine divina della prima visione, e dunque vita; ma anche “ragione” - cioè Logos - e “radice” di tutto ciò che vegeta e fiorisce. La presenza del divino nel mondo, che la tradizione biblica legge nella storia, è ritrovata da Hildegard anche nella natura, con uno sguardo che tiene insieme la lettura simbolica alto-medievale delle realtà naturali come teofanie (manifestazioni del Dio trascendente) e la concezione schiettamente naturalistica che veniva affermandosi nel XII secolo.
Diversamente che nei “filosofi”, per i quali l'idea di natura come realtà autonoma dal punto di vista ontologico si forma proprio attraverso la dis-identificazione dell'anima del mondo dallo Spirito Santo e la perdita del significato simbolico delle realtà naturali, la presenza dello Spirito nel mondo ildegardiano permane visibilmente nel cerchio di fuoco luminoso che racchiude tutte le successive immagini cosmologiche. L'identificazione dello Spirito con la vita del mondo, insostenibile dal punto di vista cristiano se affermata come immanenza di Dio nella natura nei termini della dialettica delle scuole, poté essere mantenuta nella concezione profetica del creato in Hildegard, permettendole di sviluppare un sapere insieme naturalistico e simbolico, capace cioè di vedere il visibile e l'invisibile.

La vita è la modalità con cui la natura creata rende visibile, proseguendola, l'opera a noi occulta del creatore: a livello macrocosmico il calore luminoso del fuoco è lo strumento primario della sua diffusione, che si diversifica e si complica sotto l'influenza di un altro principio cosmico che vibra e si diffonde, i venti, determinando il dinamismo che caratterizza il mondo fisico. Fuoco e soffio sono d'altra parte il veicolo della vita e della continuità del mondo nella tradizione stoica, che fa parte del bagaglio culturale di Hildegard. Nonostante ciò, la forte convinzione della coesione del cosmo non porta Hildegard ad una visione monistica della realtà: nelle sue opere è forte il senso della presenza del male, che non implica però una visione manicheistica della realtà. Il male infatti è reale per Hildegard ma esso è il frutto della ribellione degli angeli e, da parte umana, del peccato originale che ha sovvertito l'ordine immesso da Dio nella creazione: non c'è dunque un “principio” del male coeterno alla creazione. Negli esseri umani il peccato ha introdotto una disarmonia fra anima e corpo che nello stato d'innocenza, pur essendo distinti, erano uniti da una concordia che si esprimeva nell'armoniosa potenza della voce di Adamo, o che forse era questa stessa voce. Di questa armonia rimane, nella condizione naturale la reciprocità molto stretta fra l'anima e il corpo, tanto che Hildegard - contrastando il dualismo pessimista di una parte della tradizione altomedievale - ritiene che l'anima provi piacere nel cooperare con esso . Questa cooperazione si esprime al massimo livello nella musica, che letteralmente ricrea sulla terra l'armonia perduta e prefigura quella della fine dei tempi: in ciò sta il significato della la produzione lirica di Hildegard, nella quale tutti i temi del suo pensiero ritornano, non nella forma disarmonica del linguaggio parlato, ma vivificati dalla musica, come il cosmo è vivificato dallo Spirito e il corpo umano è vivificato dall'anima.


I Colori in Hildegard von Bingen

Il simbolismo dei colori, che caratterizza le immagini delle visioni di Hildegard, e che risalta nella vivezza delle miniature che le illustrano, non è esclusivamente una ripetizione dei motivi simbolici della tradizione. Ad ognuno dei colori utilizzati (bianco, nero, giallo, grigio, azzurro, rosso, oro e colori metallici, verde) Hildegard attribuisce una molteplicità di significati, in parte tradizionali, in parte originali del suo sistema.

Il verde, come il rosso con cui sta in relazione, ha una rilevanza straordinaria, ed il termine viriditas è utilizzato da Hildegard ad indicare una molteplicità di realtà connotate, più che dal colore vero e proprio, dalla caratteristica che questo colore indica: la forza vitale, che si esprime nella maniera più esplicita ed immediatamente percepibile nella vegetazione, ma che è riconoscibile in tutti i livelli, fisici e spirituali, del creato, comunque si manifesti sensibilmente.

Viriditas dunque si manifesta non solo nell'ambito vegetale, ma anche in quello cosmologico e antropologico: l'anima è la viriditas dell'uomo, poiché è il principio della vita e del movimento, ma anche le pietre hanno una loro viriditas che è virtus, cioè principio della loro attività salutare nei confronti del corpo umano. Virtus è una delle parole associate a viriditas in forza dell'allitterazione - dispositivo importante nel pensare mormorando fra sé (ruminatio) tipico della cultura monastica. Vita, vis/vigor (forza), virginitas sono altre associazioni frequenti. Le virtù morali possiedono viriditas, perché conferiscono la vita spirituale, e così anche le persone divine, che sono la sorgente di ogni vita, e Maria vergine, veicolo della vita divina nell'Incarnazione. Il demonio invece ne è privo, o ne esprime il significato negativo di 'falso vigore'. Nell'Eucarestia c'è una viriditas occulta, così come c'è viriditas, e cioè capacità di vivificare, nella scienza e nella penitenza. La storia della salvezza nel suo insieme è infine caratterizzata dalla presenza della viriditas, come se la storia dell'umanità fosse un albero cosmico che nasce, fiorisce e declina: ed è una delle associazioni del termine, quella con vir (uomo maschio), rafforzata dalla tradizionale etimologia di mulier (donna) da mollis (debole), che porta Hildegard a indicare come muliebre tempus (epoca femminile) il suo secolo, epoca di decadenza bisognosa di riforma alla quale il suo sapere profetico apporta la necessaria visione della realtà, conforme alla perfezione della creazione.


Le Opere di Hildegard von Bingen

Le opere profetiche di Hildegard di Bingen sono articolate secondo il susseguirsi delle visioni. Ogni partizione si apre con la descrizione di una immagine, talvolta fissa e talvolta in movimento, e prosegue con la spiegazione del significato dell'immagine stessa, secondo quanto detta la voce che irrompe nella coscienza di Hildegard. I piani di significato cui ogni immagine permette di accedere sono molteplici, secondo una scansione che procede dalla descrizione letterale all'interpretazione allegorica e morale, in termini analoghi alle modalità di interpretazione della Sacra Scrittura nell'esegesi medievale. Le immagini stesse rivelano in genere un collegamento scritturale che si rende esplicito nei livelli più approfonditi del 'commento'. Il forte impatto figurativo del testo delle visioni è rafforzato dal fatto che due dei tre scritti sopra ricordati (il Liber Scivias e il Liber divinorum operum) sono stati illustrati, l'uno probabilmente nel corso stesso della vita di Hildegard, l'altro pochi decenni dopo la sua morte, con due cicli di miniature raffiguranti - talvolta con qualche approssimazione - le immagini descritte. Pur appartenendo al dominio retorico tradizionale della 'ekphrasis' (descrizione a carattere pittorico), che nella cultura medievale si era modificata dando luogo alla nozione di involucrum o integumentum (raffigurazione allegorica di contenuti di pensiero), le visioni di Hildegard ne differiscono in quanto non sono allegorie che rivestono una visione filosofica data, ma immagini dalle quali il pensiero stesso prende corpo: concezioni cosmologiche, teologiche, antropologiche (talune tradizionali, altre innovative) espresse in forma simbolica.
Hildegard vede l'invisibile nel visibile, attraverso il visibile. Le immagini del cosmo, con cui si aprono il Liber Scivias e il Liber divinorum operum, rappresentano dunque in primo luogo un apprendimento interiore dell'unità e della vita dell'universo attraverso il molteplice raffigurato, e - ad un livello ulteriore - gli "invisibili segreti dell'eterno" che attraverso le immagini stesse si rendono attingibili alla mente umana.
La terza visione del Liber Scivias rappresenta la struttura dell'universo con i suoi strati successivi: i due strati del fuoco luminoso e del fuoco oscuro, la parte più sottile dell'aria definita 'etere' (ma non equivalente all'etere della cosmologia aristotelica, che è riservato ai corpi celesti separati rigidamente dal mondo sublunare), la parte più pesante dell'aria (o sfera dell'acqua) definita 'aria acquosa', e infine il globo della terra. La terra, che sta nella zona più interna del cosmo, è agitata dai venti che, spirando dai quattro strati elementari circostanti, le imprimono vita e movimento. La caratteristica più saliente di questa immagine è la forma a uovo, che rinvia al motivo mitologico dell'uovo primordiale, ripreso fra l’altro da un autore tardo-antico molto importante per la cultura medievale pre-aristotelica, Marziano Capella. Motivi di origine diversa - almeno in parte stoica - contribuiscono alla sua complessità. Alcuni autori vedono nella doppia sfera del fuoco, luminoso ed oscuro, una probabile influenza manichea: indubbiamente una misura di dualismo caratterizza la visione del mondo di Hildegard, che pure combatté contro le manifestazioni dell'eresia manichea nella regione renana. In Hildegard però, al contrario che nel pensiero di origine gnostica, il dominio della luce è indiscusso, ed è il calore luminoso del fuoco che conferisce la vita al cosmo, come i venti gli conferiscono il movimento .
Oltre al significato cosmologico, la forma a uovo ha anche un significato sul piano della storia della salvezza, che Hildegard stessa illustra nella seconda parte del commento alla visione: nella variabilità del suo diametro esso raffigura infatti le 'ristrettezze' degli uomini prima della legge e le 'tribolazioni' degli ultimi tempi, intervallate dall'ampliamento del mondo umano sotto l'Antico e il Nuovo Testamento


La figura di Hildegard come scienziata venne inizialmente messa in ombra dalla sua notorietà come profetessa, sia per la discontinuità con la nuova scienza acquisita attraverso le traduzioni dall'arabo, sia per la difficoltà a riconoscere autorevolezza scientifica ad una donna. I suoi manoscritti scientifici probabilmente circolarono anonimi, e nel ‘500 ci fu persino chi ritenne che la profetessa e la scienziata fossero due donne diverse. Tuttavia la sua opera medica e naturalistica, con la ricchezza dei suoi contenuti empirici, non venne del tutto dimenticata; la storia affascinante dei percorsi attraverso cui il Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum raggiunse il XVI secolo, quando alcune sue parti vennero date alle stampe, è uno dei tanti episodi che ci permettono di intravedere, sotto la superficie dell'aristotelismo scolastico, il fluire carsico di una sapienza ottenuta dall'esperienza, sia interiore (le ‘visioni’) che esteriore (l’osservazione della realtà), e orientata non alla pura speculazione ma al benessere delle creature umane.

Le opere cosmologiche di Hildegard di Bingen sono state paragonate ad una basilica romanica, i cui motivi fondamentali, il cerchio e la croce, sono le coordinate del mondo in cui l'essere umano è inscritto. L'origine del suo sapere, la cui articolazione si scandisce sui momenti estremi della storia sacra - la Creazione e l'Apocalisse, avendo come centro l'Incarnazione - è ricondotta da Hildegard stessa alle visioni che fin dalla prima infanzia, accompagnandosi a malattie fisiche fortemente debilitanti, l'hanno costretta ad una 'diversità' sofferta, ma che è stata la via d’accesso alla consapevolezza di sé e della propria missione profetica. Di questa peculiare modalità di acquisizione del suo sapere Hildegard dà conto nelle prefazioni del Liber Scivias e del Liber divinorum operum , oltre che in alcuni passi di origine autobiografica della Vita e, con un sguardo retrospettivo sulla sua esperienza, in un testo dell'estrema vecchiaia, la Lettera a Gilberto di Gembloux.
L'insistenza di Hildegard sulla propria fragilità e inadeguatezza ripete e amplifica un motivo comune nella scrittura femminile. Ma nella cultura monastica l'atto di scrivere, anche da parte degli uomini, generalmente non era il frutto di una iniziativa individuale di chi oggi riconosciamo come l'autore: per potersi dedicare al lavoro intellettuale era infatti necessaria una 'autorizzazione', generalmente presentata negli scritti come la richiesta di un superiore, poiché scrivere non soltanto un'espressione individuale, ma un compito orientato al bene della comunità. Questa modalità di accesso alla scrittura, per quanto possa apparire tortuosa ai nostri occhi, di fatto dava anche alle donne la possibilità di trasmettere il proprio sapere: una Hildegard di Bingen, che svetta nella cultura del XII secolo, non avrebbe avuto nessuna opportunità nelle università del secolo successivo, popolate solo da uomini ed unico luogo istituzionale di produzione intellettuale. E' vero che per una donna, che si presentava - secondo gli stereotipi dell'epoca - come debole e incolta, era necessaria un'autorizzazione più forte che per gli uomini: ma questa Hildegard la ottenne presentando le sue visioni come espressione diretta di Dio.
La recezione del messaggio divino da parte di Hildegard è presentata come l'incontro di una fragile creatura umana col creatore del mondo, con Cristo come Logos cosmico. Le sue visioni non hanno infatti alcun aspetto della mistica nuziale, cui proprio un corrispondente privilegiato di Hildegard, Bernardo da Chiaravalle, dava negli stessi anni un impulso decisivo nei suoi Sermoni sul Cantico dei Cantici. La sapienza di Hildegard collega dunque la ricchezza del mondo naturale con la storia della salvezza, parlando agli uomini e alle donne concreti del suo tempo, responsabili della vita propria ed altrui, per guidarli verso il bene. E' questo il compito profetico che Hildegard si assume, accettando nel loro significato simbolico, oltre alle visioni, le malattie e la percezione della propria fragilità. E poiché il simbolo è un "collegamento operato fra le realtà visibili, per rendere comprensibili quelle che non si vedono" (così lo definisce un contemporaneo di Hildegard, Riccardo da San Vittore), essa riesce, grazie alle capacità percettive ed intuitive così affinate, ad elaborare una visione d'assieme di tutta la realtà. Nella visione ildegardiana del mondo infatti i contenuti teologici, filosofici, naturalistici, medici, psico-antropologici, desunti da fonti diverse sono compresi unitariamente nel contesto intuitivo delle visioni, anziché sistematizzati dialetticamente, secondo il metodo delle scuole, che si veniva formando in quell'epoca. Hildegard è dunque filosofa, ma in un senso particolare, diverso da quello che questa parola assume nel contesto scolastico, poiché il suo sapere è quello tradizionale acquisito nell’ambito delle relazioni monastiche.


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