Favole di Leonardo Da Vinci
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Favole di Leonardo
I
Il ligustro e il merlo
Atl. 67r.a
I' rovistrice, sendo stimolato nelli sua sottili rami, ripieni di
novelli frutti, dai pungenti artigli e becco delle importune merle,
si doleva con pietoso rammarichio inverso essa merla, pregando
quella che poi che lei li toglieva e sua diletti frutti, il meno
nolle privassi de le foglie, le quali lo difendevano dai cocenti
razzi del sole, e che coll'acute unghie non iscorticasse e
desvestissi della sua tenera pella. A la quale la merla con villane
rampogne rispose: «O taci, salvatico sterpo. Non sai che la natura
t'ha fatti produrre questi frutti per mio notrimento? Non vedi che
se' al mondo di tale cibo? Non sai, villano, che tu sarai innella
prossima invernata notrimento e cibo del foco?» Le quali parole
ascoltate dall'albero pazientemente non sanza lacrime, infra poco
tempo il merlo preso dalla ragna e colti de' rami per fare gabbia
per incarcerare esso merlo, toccò, infra l'altri rami, al sottile
rovistrico a fare le vimini della gabbia, le quali vedendo esser
causa della persa libertà del merlo, rallegratosi, mosse tale
parole: «O merlo, i' son qui non ancora consumata, come dicevi, dal
foco; prima vederò te prigione, che tu me brusiata.»
II
L'alloro, il mirto, il pero
Atl. 67r.a
Vedendo il lauro e mirto tagliare il pero, con alta voce gridarono:
«O pero, ove vai tu? Ov'è la superbia che avevi quando avevi i tua
maturi frutti? Ora non ci farai ombra colle tue folte chiome.»
Allora il pero rispose: « Io ne vo coll'agricola che mi taglia, e mi
porterà alla bottega d'ottimo sculture, il quale mi farà con su'
arte pigliare la forma di Giove iddio, e sarò dedicato nel tempio, e
dagli omini adorato invece di Giove, e tu ti metti in punto a
rimanere ispesso storpiata e pelata de' tua rami, i quali mi fieno
da li omini per onorarmi posti d'intorno.»
III
Il castagno e il fico
Atl. 67r.a
Vedendo il castagno l'uomo sopra il fico, il quale piegava inverso
sé i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti, e quali
metteva nell'aperta bocca disfacendoli e disertandoli coi duri
denti, crollando i lunghi rami e con temultevole mormorio disse: «O
fico, quanto se' tu men di me obrigato alla natura! Vedi come in me
ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di sottile
camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle, e non
contentandosi di tanto beneficarmi, ch'ell'ha fatto loro la forte
abitazione, e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le
mani dell'homo non mi possino nuocere.» Allora il fico cominciò
insieme co' sua figlioli a ridere, e ferme le risa, disse: «Conosci
l'omo essere di tale ingegno, che lui ti sappi colle pertiche e
pietre e sterpi, tratti infra i tua rami, farti povero de' tua
frutti, e quelli caduti, peste co' piedi e co' sassi, in modo ch'e
frutti tua escino stracciati e storpiati fora dell'armata casa; e io
sono con diligenza tocco dalle mani, e non come te da bastoni e da
sassi.»
IV
La farfalla e la fiamma della candela
Atl. 67r.a
Non si contentando il vano e vagabondo parpaglione di potere
comodamente volare per l'aria, vinto dalla dilettevole fiamma della
candela, diliberò volare in quella; e 'l suo giocondo movimento fu
cagione di subita tristizia; imperò che 'n detto lume si consumorono
le sottile ali, e 'l parpaglione misero, caduto tutto brusato a piè
del candellieri, dopo molto pianto e pentimento, si rasciugò le
lagrime dai bagnati occhi, e levato il viso in alto, disse: «O falsa
luce, quanti come me debbi tu avere, ne' passati tempi, avere
miserabilmente ingannati. O si pure volevo vedere la luce, non
dovev'io conoscere il sole dal falso lume dello spurco sevo?»
V
La noce e il campanile
Atl. 67r.a
Trovandosi la noce essere dalla cornacchia portata sopra un alto
campanile, e per una fessura, dove cadde, fu liberata dal mortale
suo becco, pregò esso muro, per quella grazia che Dio li aveva dato
dell'essere tanto eminente e magno e ricco di sì belle campane e di
tanto onorevole sono, che la dovessi soccorrere; perché, poi che le
non era potuta cadere sotto i verdi rami del suo vecchio padre, e
essere nella grassa terra, ricoperta dalle sue cadenti foglie, che
non la volessi lui abbandonare: imperò ch'ella trovandosi nel fiero
becco della cornacchia, ch'ella si botò, che, scampando da essa,
voleva finire la vita sua 'n un picciolo buso. Alle quali parole, il
muro, mosso a compassione, fu contento ricettarla nel loco ov'era
caduta. E infra poco tempo, la noce cominciò aprirsi, e mettere le
radici infra le fessure delle pietre, e quelle allargare, e gittare
i rami fori della sua caverna; e quegli in brieve levati sopra lo
edifizio e ingrossate le ritorte radici, cominciò aprire i muri e
cacciare le antiche pietre de' loro vecchi lochi. Allora il muro
tardi e indarno pianse la cagione del suo danno, e, in brieve
aperto, rovinò gran parte delle sua membre.
VI
La scimmia e l'uccellino
Atl. 67r.a
Trovando la scimia un nidio di piccioli uccelli, tutta allegra
appressatasi a quelli, e quali essendo già da volare, ne potè solo
pigliare il minore. Essendo piena di allegrezza, con esso in mano se
n'andò al suo ricetto; e cominciato a considerare questo uccelletto,
lo cominciò a baciare; e per lo isvecerato amore, tanto lo baciò e
rivolse e strinse ch'ella gli tolse la vita.
È detta per quelli che, per non gastigare i figlioli, capitano male.
VII
Il salice, la gazza e i semi della zucca
Atl. 67r.b
Il misero salice, trovandosi non potere fruire il piacere di vedere
i sua sottili rami fare ovver condurre alla desiderata grandezza e
dirizzarsi al cielo - per cagione della vite e di qualunche pianta
li era visina, sempre elli era storpiato e diramato e guasto - e
raccolti in sé tutti li spiriti, e con quelli apre e spalanca le
porte alla immaginazione; e stando in continua cogitazione, e
ricercando con quella l'universo delle piante, con quale di quelle
esso collegare si potessi, che non avessi bisogni dell'aiuto de' sua
legami; e stando alquanto in questa notritiva immaginazione, con
subito assalimento li corse nel pensiero la zucca; e crollato tutti
i rami per grande allegrezza, parendoli avere trovato compagnia al
suo disiato proposito - imperò che quella è piùatta a legare altri
che essere legata - e fatta tal deliberazione, rizzò i sua rami
inverso il cielo; attendea spettare qualche amichevole uccello,
che li fussi a tal disiderio mezzano.
In fra' quali, veduta a sé vicina la sgazza, disse inver di quella:
«O gentile uccello, per quello soccorso, che a questi giorni, da
mattina, in e mia rami trovasti, quando l'affamato falcone crudele e
rapace te voleva divorare; e per quelli riposi che sopra me ispesso
hai usato, quando l'alie tue a te riposo chiedeano; e per quelli
piaceri che, infra detti mia rami, scherzando colle tue compagne ne'
tua amori, già hai usato, io ti priego che tu truovi la zucca e
impetri da quella alquante delle sue semenze, e di' a quelle che,
nate ch'elle fieno, ch'io le tratterò non altrementi che se del mio
corpo generate l'avessi e similmente usa tutte quelle parole che di
simile intenzione persuasive sieno, benché a te, maestra de'
linguaggi, insegnare non bisogna. E se questo farai, io sono
contenta di ricevere il tuo nidio sopra il nascimento de' mia rami,
insieme colla tua famiglia, senza pagamento d'alcun fitto.»
Allora la sgazza fatto e fermi alquanti capitoli di novo col salice,
e massimo che bissie o faine sopra sé mai non accettassi, alzato la
coda e bassato la testa e gittatasi del ramo, rendé il suo peso
all'ali, e quelle battendo sopra la fuggitiva aria, ora qua, ora in
là curiosamente col timon della coda dirizzandosi, pervenne a una
zucca, e con bel saluto e alquante bone parole, impetrò le dimandate
semenze. E condottele al salice, fu con lieta cera ricevuta; e
raspato alquanto co' piè il terreno vicino al salice, col becco, in
cerchio a esso, essi grani piantò. Le quali in brieve tempo
crescendo, cominciò collo accrescimento e aprimento de' sua rami a
occupare tutti i rami del salice, e colle sue gran foglie a torle la
bellezza del sole e del cielo. E, non bastando tanto male, seguendo
le zucche, cominciò, per disconcio peso, a tirare le cime de' teneri
rami inver la terra, con istrane torture e disagio di quelli. Allora
scotendosi e indarno crollandosi, per fare da sé esse zucche cadere,
e indarno vaneggiando alquanti giorni in simile inganno, perché la
bona e forte collegazione tal pensieri negava, vedendo passare il
vento, a quello raccomandandosi, e quello soffiò forte. Allora
s'aperse il vecchio e vòto gambo del salice in due parti insino alle
sue radice, e caduto in due parti, indarno pianse sé medesimo, e
conobbe chi era nato per non aver mai bene.
VIII
La fiamma e la candela
Atl. 67r.b
Le fiamme, già uno mese durato nella fornace de' bicchieri e
veduto a sé avvicinarsi una candela 'n un bello e lustrante
candeliere, con gran desiderio si forzavano accostarsi a quella.
Infra le quali una lasciato il suo naturale corso e tiratasi
d'entro a uno voto stizzo, dove si pasceva, e uscita da l'opposito,
fori d'una piccola fessura, alla candela che vicina l'era, si gittò,
e con somma golosità e ingordigia quella divorando, quasi al fine
condusse; e volendo riparare al prolungamento della sua vita,
indarno tentò tornare alla fornace, donde partita s'era, perché fu
costretta morire e mancare insieme colla candela; onde al fine col
pianto e pentimento in fastidioso fumo si convertì, lasciando
tutte le sorelle in isplendevole e lunga vita e bellezza.
IX
Il vino e i maomettani
Atl. 67r.b
Trovandosi il vino, divino licore dell'uva, in una aurea e ricca
tazza, e sopra la tavole di Maumetto, e montato in groria di tanto
onore, subito fu assaltato da una contraria cogitazione, dicendo a
sé medesimo: «Che fo io? Di che mi rallegro io? Non m'avvedo esser
vicino alla mia morte e lasciare l'aurea abitazione della tazza, e
entrare innelle brutte e fetide caverne del corpo umano, e lì
trasmutarmi di odorifero e suave licore in brutta e trista orina? E
non bastando tanto male, ch'io ancora debba sì lungamente diacere in
e brutti ricettacoli coll'altra fetida e corrotta materia uscita
dalle umane interiora?» Gridò inverso al cielo, chiedendo vendetta
di tanto danno, e che si ponessi ormai fine a tanto dispregio, che
poiché quello paese producea le piùbelle e migliore uve di tutto
l'altro mondo, che il meno esse non fussino in vino condotte. Allora
Giove fece che il beuto vino da Maumetto elevò l'anima sua inverso
il celabro e quello in modo contaminò, che lo fece matto, e partorì
tanti errori, che, tornato in sé, fece legge che nessuno asiatico
beessi vino. E fu lasciato poi libere le viti co' sua frutti.
X
Il topo e la donnola
Atl. 67v.a
Stando il topo assediato in una piccola sua abitazione, dalla
donnola, la quale con continua vigilanza attendea alla sua
disfazione, e per uno piccolo spiraculo ragguardava il suo gran
periculo. Infrattanto venne la gatta e subito prese essa donnola, e
immediate l'ebbe divorata. Allora il ratto, fatto sagrificio a Giove
d'alquante sue nocciole, ringraziò sommamente la sua deietà; e
uscito fori dalla sua busa a possedere la già persa libertà, de la
quale subito, insieme colla vita, fu dalle feroci unglia e denti
della gatta privato.
XI
La lingua e i denti
Atl. 67v.b
Favola della lingua morsa dai denti.
XII
Il cedro superbo
Atl. 67v.b
Il cedro, insuperbito della sua bellezza, dubita delle piante che li
son d'intorno, e fattolesi torre dinanzi, il vento poi, non essendo
interrotto, lo gittò per terra diradicato.
XIII
La formica e il seme di miglio
Atl. 67v.b
La formica trovato uno grano di miglio, il grano sentendosi preso da
quella gridò: «Se mi fai tanto piacere di lasciarmi fruire il mio
desiderio del nascere, io ti renderò cento me medesimi.» E così fu
fatto.
XIV
Il ragno e il grappolo d'uva
Atl. 67v.b
Trovato il ragno uno grappolo d'uve, il quale per la sua dolcezza
era molto visitato da ave e diverse qualità di mosche, li parve aver
trovato loco molto comodo al suo inganno. E calatosi giùper lo suo
sottile filo, e entrato nella nova abitazione, lì ogni giorno,
facendosi alli spiraculi fatti dalli intervalli de' grani dell'uve,
assaltava, come ladrone, i miseri animali, che da lui non si
guardavano. E passati alquanti giorni, il vendemmiatore còlta essa
uva e messa coll'altre, insieme con quelle fu pigiato. E così l'uva
fu laccio e 'nganno dello ingannatore ragno, come delle ingannate
mosche.
XV
La vitalba scontenta
Atl. 67v.b
La vitalba, non istando contenta nella sua siepe, cominciò a passare
co' sua rami la comune strada e appiccarsi all'opposita siepe; onde
da' viandanti poi fu rotta.
XVI
L'asino e il ghiaccio
Atl. 67v.b
Addormentatosi l'asino sopra il diaccio d'un profondo lago, il suo
calore dissolvé esso diaccio, e l'asino sott'acqua, a mal suo danno,
si destò, e subito annegò.
XVII
La neve umile
Atl. 67v.b
Trovandosi alquanta poca neve appiccata alla sommità d'un sasso, il
quale era collocato sopra la strema altezza d'una altissima
montagna, e raccolto in sé la maginazione, cominciò con quella a
considerare, e infra sé dire: «Or non son io da essere giudicata
altera e superba, avere me, piccola drama di neve, posto in sì alto
loco, e sopportare che tanta quantità di neve quanto di qui per me
essere veduta pò, stia piùbassa di me? Certo la mia poca quantità
non merta quest'altezza, ché bene posso, per testimonianza della mia
piccola figura, conoscere quello che 'l sole fece ieri alle mia
compagne, le quali in poche ore dal sole furono disfatte; e questo
intervenne per essersi poste piùin alto che a loro non si richiedea.
Io voglio fuggire l'ira del sole, e abbassarmi, e trovare loco
conveniente alla mia parva quantità.»
E gittatasi in basso, e cominciata a discendere, rotando dall'alte
spiagge su per l'altra neve, quando piùcercò loco basso, piùcrebbe
sua quantità, in modo che, terminato il suo corso sopra uno colle,
si trovò di non quasi minor grandezza che 'l colle che essa
sostenea: e fu l'ultima che in quella state dal sole disfatta fusse.
Detta per quelli che s'aumiliano: son esaltati.
XVIII
Il falcone impaziente
Atl. 67v.b
Il falcone non potendo sopportare con pazienza il nascondere che fa
l'anitra fuggendosele dinnanzi e entrando sotto acqua, volle come
quella sotto acqua seguitare, e, bagnatosi le penne, rimase in essa
acqua, e l'anitra, levatasi in aria, schernia il falcone che
annegava.
XIX
Il ragno e il calabrone
Atl. 67v.b
Il ragno, volendo pigliare la mosca con sue false rete, fu sopra
quelle dal calabrone crudelmente morto.
XX
L'aquila e il gufo
Atl. 67v.b
Volendo l'aquila schernire il gufo, rimase coll'alie impaniate, e
fu dall'omo presa e morta.
XXI
Il cedro ambizioso
Atl. 76r.a
Avendo il cedro desiderio di fare uno bello e grande frutto in nella
sommità di sé, lo mise a seguizione con tutte le forze del suo
omore, il quale frutto, cresciuto, fu cagione di fare declinare la
elevata e diritta cima.
XXII
Il pesco invidioso
Atl. 76r.a
Il persico, avendo invidia alla gran quantità de' frutti visti fare
al noce suo vicino, diliberato fare il simile, si caricò de' sua in
modo tale, che 'l peso di detti frutti lo tirò diradicato e rotto
alla piana terra.
XXIII
Il noce e i viandanti
Atl. 76r.a
Il noce mostrando sopra una strada ai viandanti la ricchezza de' sua
frutti, ogni omo lo lapidava.
XXIIIa
Il ramo della noce
G. 88v.
Per ben fare: per il ramo della noce, che solo è percosso e battuto
quand'ell' ha condotto a perfezione li sua frutti, si denota quelli
che mediante il fine delle loro famose opere son percossi dalla
invidia per diversi modi.
XXIV
Il fico
Atl. 76r.a
Il fico stando sanza frutti nessuno lo riguardava; volendo, col fare
essi frutti, essere laldato da li omini, fu da quelli piegato e
rotto.
XXV
Il fico e l'olmo
Atl. 76r.a
Stando il fico vicino all'olmo, e riguardando i sua rami essere
sanza frutti, e avere ardimento di tenere il sole a' sua acerbi
fichi, con rampogne gli disse: «O olmo, non hai tu vergogna a starmi
dinanzi? Ma aspetta ch'e mia figlioli sieno in matura età, e vedrai
dove ti troverai.» I quali figlioli poi maturati, capitandovi una
squadra di soldati, fu da quelli, per torre i sua fichi, tutto
lacerato e diramato e rotto. Il quale stando poi così storpiato
delle sue membra, l'olmo lo dimandò dicendo: «O fico, quanto era il
meglio a stare sanza figlioli, che per quelli venire in sì
miserabile stato.»
XXVI
Il fuoco superbo e il paiolo
Atl. 116v.b
Uno poco di foco, che in un piccolo carbone infra la tiepida cenere
remaso era, del poco omore, che in esso restava, carestiosa e
poveramente sé medesimo notrìa, quando la ministra della cucina, per
usare con quello l'ordinario suo cibario offizio, quivi apparve, e,
poste le legne nel focolare, e col solfanello, già resucitato
d'esso, già quasi morto, una piccola fiammella, e infra le ordinate
legne quella appresa, e posta di sopra la caldara, sanz'altro
sospetto, di lì sicuramente si parte.
Allora, rallegratosi il focodelle sopra sé poste secche legne,
comincia a elevarsi, cacciando l'aria delli intervalli d'esse
legne, infra quelle con ischerzevole e giocoso transito, se stessi
tesseva.
Cominciato a spirare fori dell' intervalli delle legne, di quelli a
se stessi dilettevoli finestre fatto avea; e cacciato fori di
lucenti e rutilanti fiammelle, subito discaccia le oscure tenebre
della serrata cucina; e col galdio le fiamme già cresciute
scherzavano coll'aria d'esse circundatrice e con dolce mormorio
cantando creavan suave sonito.
Vedutosi già fortemente essere sopra delle legne cresciuto e fatto
assai grande, cominciò a levare il mansueto e tranquillo animo in
gonfiata e incomportabile superbia, facendo quasi a sé credere
tirare tutto el superiore elemento sopra le poche legne.
E cominciato a sbuffare, e empiendo di scoppi e scintillanti
sfavillamenti tutto il circunstante focolare, già le fiamme fatte
grosse, unitamente si dirizzavano inverso l'aria, quando le fiamme
piùaltiere percosser nel fondo della superiore caldara.
XXVII
I tordi e la civetta
Atl. 117r.b
I tordi si rallegrarono forte vedendo che l'omo prese la civetta e
le tolse la libertà, quella legando con forti legami ai sua piedi.
La qual civetta fu poi, mediante il vischio, causa non di far
perdere la libertà ai tordi, ma lo loro propia vita.
Detta per quelle terre, che si rallegran di vedere perdere la
libertà ai loro maggiori, mediante i quali poi perdano soccorso e
rimangono legati in potenzia del loro nemico, lasciando la libertà e
spesse volte la vita.
XXVIII
La pulce
Atl. 119r.a
Dormendo il cane sopra la pelle di un castrone, una delle sue pulci,
sentendo l'odore della unta lana, giudicò quello doversi essere loco
di migliore vita e piùsicura da' denti e unglia del cane che
pascersi del cane, e sanza altro pensieri, abbandonò il cane, e,
entrata intra la folta lana, cominciò con somma fatica a volere
trapassare alle radici de' peli. La quale impresa, dopo molto
sudore, trovò esser vana, perché tali peli erano erano tanto spessi
che quasi si toccavano, e non v'era spazio dove la pulce potessi
saggiare tal pelle; onde, dopo lungo travaglio e fatica, cominciò a
volere ritornare al suo cane, il quale essendo già partito, fu
costretta, dopo lungo pentimento, amari pianti, a morirsi di fame.
XXIX
Il rasoio vanitoso e borioso
Atl. 175v.a
Uscendo un giorno il rasoio di quel manico col quale si fa guaina a
sé medesimo, e postosi al sole, vide lo sole ispecchiarsi nel suo
corpo: della qual cosa prese somma groria, e rivolto col pensiero
indirieto, cominciò con seco medesimo a dire:
«Or tornerò io piùa quella bottega, della quale novamente uscito
sono? Certo no. Non piaccia agli Dei, che sì splendida bellezza
caggia in tanta viltà d'animo! Che pazzia sarebbe quella la qual mi
conducessi a radere le insaponate barbe de' rustichi villani e fare
sì meccaniche operazione? Or è questo corpo da simili esercizi?
Certo no. Io mi voglio nascondere in qualche occulto loco, e lì
con tranquillo riposo passare la mia vita.»
E così, nascosto per alquanti mesi, un giorno ritornato all'aria, e
uscito fori della sua guaina, vide sé essere fatto a similitudine
d'una rugginente sega, e la sua superficie non ispecchiare piùlo
splendente sole, Con vano pentimento indarno pianse lo inreparabile
danno, con seco dicendo:
«O quanto meglio era esercitare col barbiere il mi' perduto taglio
di tanta sottilità. Dov'è la lustrante superfizie? Certo la
fastidiosa e brutta ruggine l'ha consumata.»
Questo medesimo accade nelli ingegni, che 'n iscambio dello
esercizio, si dànno all'ozio, i quali, a similitudine del sopradetto
rasoio, perde la tagliente sua suttilità e la ruggine dell'
ignoranzia guasta la sua forma.
XXX
La pietra scontenta della sua vita solitaria
Atl. 175v.a
Una pietra novamente per l'acque scoperta, di bella grandezza, si
stava sopra un certo loco rilevata, dove terminava un dilettevole
boschetto sopra una sassosa strada, in compagnia d'erbette, di vari
fiori di diversi colori ornata, e vedea la gran somma delle pietre
che nella a sé sottoposta strada collocate erano. Le venne desiderio
di la giùlasciarsi cadere, dicendo con seco: «Che fo qui con queste
erbe? Io voglio con queste mie sorelle in compagnia abitare.» E
giùlassatosi cadere infra le desiderate compagne, finì il suo
volubile corso; e stata alquanto cominciò a essere da le rote de'
carri, dai piè de' ferrati cavalli e de' viandanti, a essere in
continuo travaglio; chi la volta, quale la pestava, alcuna volta si
levava alcuno pezzo, quando stava coperta dal fango o sterco di
qualche animale, e invano riguardava il loco donde partita s'era,
innel loco della soletaria e tranquilla pace.
Così accade a quelli che nella vita soletaria e contemplativa
vogliano venir a abitare nelle città, infra i popoli pieni
d'infiniti mali.
XXXI
La farfalla e il lume ad olio
Atl. 257r.b
Andando il dipinto parpaglione vagabundo, e discorrendo per la
oscurata aria, li venne visto un lume, al quale subito si dirizzò,
e, con vari circuli quello attorniando, forte si maravigliò di tanta
splendida bellezza, e non istando contento solamente al vederlo, si
mise innanzi per fare di quello come delli odoriferi fiori fare
solìa. E, dirizzato suo volo, con ardito animo passò per esso lume,
l'elettrone quale gli consumò li stremi delle alie e gambe e altri
ornamenti. E caduto a' piè di quello, con ammirazione considerava
esso caso donde intervenuto fussi, non li potendo entrare nell'animo
che da sì bella cosa male o danno alcuno intervenire potessi. E
restaurato alquanto le mancate forze, riprese un altro volo, e,
passato attraverso del corpo d'esso lume, cadde subito bruciato
nell'olio che esso lume notrìa, e restogli solamente tanta vita, che
potè considerare la cagion del suo danno, dicendo a quello:
«O maladetta luce, io mi credevo avere in te trovato la mia
felicità; io piango indarno il mio matto desiderio, e con mio danno
ho conosciuto la tua consumatrice e dannosa natura.» Alla quale il
lume rispose: «Così fo io a chi ben non mi sa usare.» E immediate
ito al fondo finì la sua vita.
Detta per quelli i quali, veduti dinanzi a sé questi lascivi e
mondani piaceri, a similitudine del parpaglione, a quelli corrano,
sanza considerare la natura di quelli; i quali, da essi omini, dopo
lunga usanza, con loro vergogna e danno conosciuti sono.
XXXII
La pietra focaia e l'acciarino
Atl. 257r.b
La pietra, essendo battuta dall'acciarolo del foco, forte si
maravigliò, e con rigida voce disse a quello:
«Che presunzio ti move a darmi fatica? Non mi dare affanno, che tu
m'hai colto in iscambio. Io non dispiacei mai a nessuno.» Al quale
l'acciarolo rispose: «Se sarai paziente, vedrai che maraviglioso
frutto uscirà di te.» Alle quale parole la pietra, datosi pace, con
pazienza stette forte al martire, e vide di sé nascere il
maraviglioso foco, il quale, colla sua virtùoperava in infinite
cose.
Detta per quelli i quali spaventano ne' prencipi delli studi, e poi
che a loro medesimi si dispongano potere comandare, e dare con
pazienza opera continua a essi studi, di quelli si vede resultare
cose di maravigliose dimostrazioni.
XXXIII
Il ragno
Atl. 299v.b
Il ragno credendo trovar requie nella buca della chiave, trova la
morte.
XXXIV
Il giglio e la corrente del fiume
H. 44r.
Il ligio si pose sopra la ripa di Tesino, e la corrente tirò la ripa
insieme col lilio.
XXXV
L'ostrica, il topo e la gatta
H. 51v.
Sendo l'ostriga insieme colli altri pesci in casa del pescatore
scaricata vicino al mare, priega il ratto che al mare la conduca. Il
ratto, fatto disegno di mangiarla, la fa aprire e mordendola, questa
li serra la testa e sì lo ferma. Viene la gatta e l'uccide.
XXXVI
Il contadino e la vite
H. 112v.
Vedendo il villano la utilità che resultava dalla vite, le dette
molti sostentaculi da sostenerla in alto, e, preso il frutto, levò
le pertiche e quella lasciò cadere, facendo foco de' sua
sostentaculi.
XXXVII
La triste morte di un granchio
Ar. 42 v.
El granchio stando sotto il sasso per pigliar e pesci che sotto a
quello entravano, venne la piena con rovinoso precipitamento di
sassi, e collo rotolarsi sfracelloron tal granchio.
XXXVIII
Il ragno e l'uva
Ar. 42 v.
Il ragno, stante infra all'uve, pigliava le mosche che in su tale
uve si pascevan. Venne la vendemmia, e fu pesto il ragno insieme
coll'uve.
XXXIX
La vite e l'albero vecchio
Ar. 42 v.
La vite, invecchiata sopra l'albero vecchio, cadde insieme con la
ruina d'esso albero, e fu per la trista compagnia a mancare insieme
con quello.
XL
Il torrente
Ar. 42 v.
Il torrente portò tanto di terra e pietre nel suo letto, che fu po'
constretto a mutar sito.
XLI
La rete e i pesci
Ar. 42 v.
La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa e portata via dal
furor de' pesci.
XLII
La palla di neve
Ar. 42 v.
La palla della neve quanto piùrotolando discese delle montagne della
neve, tanto piùmoltiplicò la sua magnitudine.
XLIII
Il salice
Ar. 42 v.
Il salice, che per li sua lunghi germinamenti cresce da superare
ciascuna altra pianta, per avere fatto compagnia colla vite, che
ogni anno si pota, fu ancora lui sempre storpiato.
XLIV
La Penitenza dell'acqua
For. 2r.
Trovandosi l'acqua nel superbo mare, suo elemento, le venne voglia
di montare sopra l'aria, e confortata dal foco elemento, elevatosi
in sottile vapore, quasi parea della sittiglieza dell'aria, e ,
montato in alto, giunse infra l'aria piùsottile e fredda, dove fu
abbandonata dal foco. E piccoli granicoli, sendo restretti, già
s'uniscano e fannosi pesanti, ove cadendo la superbia si converte
in fuga, e cade del cielo; onde poi fu beuta dalla secca terra,
dove, lungo tempo incarcerata, fè penitenzia del suo peccato.
XLV
La fiamma e la candela
For. 21r.
Il lume, o foco incordo sopra la candela, quella consumando se
consuma.
XLVI
La vendetta del vino
For. 21r.
Il vino consumato dallo imbriaco. Esso vino col bevitore si vendica.
XLVII
L'inchiostro e la carta
For. 27r.
L'inchiostro displezzato per la sua nerezza dalla bianchezza della
carta, la quale da quello si vide imbrattare. Vedendosi la carta
tutta macchiata dalla oscura negrezza dell'inchiostro, di quello si
dole; el quale mostra a essa che per le parole, ch'esso sopra lei
compone, essere cagione della conservazione di quella.
XLVIII
Il fuoco e l'acqua
For. 30r.
Il foco contende l'acqua posta nel laveggio, dicendo che l'acqua no
merita star sopra il foco, re delli elemente, e così vo' per forza
di bollore cacciare l'acqua del laveggio; onde quella per farli
onore d'ubbidienzia discende in basso e anniega il foco.
XLIX
Il dipintore
For. 44v.
Il dipintore disputa e gareggia colla natura.
L
Il coltello
For. 44v.
Il coltello, accidentale armadura, caccia dall'omo le sua unghie,
armadura naturale.
LI
Lo specchio e la regina
For. 44v.
Lo specchio si groria forte tenendo dentro a sé specchiata la regina
e, partita quella, lo specchio riman vile.
LII
Il ferro e la lima
For. 47r.
Il pesante ferro si reduce in tanta sottilità mediante la lima, che
piccolo vento poi lo porta via.
LIII
La pianta, il palo e i pruni
For. 47v.
La pianta si dole del palo secco e vecchio, che se l'era posto
allato, e de' pruni secchi che lo circundano: l'un lo mantiene
diritto, l'altro lo guarda dalle triste compagnie.
LIV
La penna e il temperino
L. cop. v.
Necessaria compagnia ha la penna col temperatoio e similmente utile
compagnia, perché l'una sanza l'altro non vale troppo.
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